venerdì, luglio 24, 2009

L'uomo senza vita


L'uomo senza vita camminava. E camminava senza sapere dove stesse andando.
Succedeva sempre così negli ultimi tempi, e del resto non è che gli importasse poi molto. Nonostante abitasse in periferia questa volta i suoi pensieri l'avevano portato in pieno centro, sul viale principale di quel nuvoloso sabato pomeriggio di maggio. L'uomo senza vita camminava sospinto dalle onde dei pensieri e sembrava non curarsi della marea di persone che lo attraversava. Succedeva sempre così, anche se in realtà l'uomo senza vita non pensava praticamente mai a niente. Solo un pensierino alla volta, piccolo e insignificante. Più che un pensiero di solito era un'immagine che gli entrava in testa e se ne stava lì, senza dire o domandare niente. Nessuna rivelazione in ogni caso. L'uomo senza vita camminava osservando la sua immagine riflessa nelle vetrine. Non che facesse qualche considerazione particolare sulla sua immagine, in fondo era solo un anonimo uomo senza vita come tanti. Solamente camminava e guardava, con la testa vuota, o meglio piena della sua immagine riflessa.
Passo dopo passo. Vetrina dopo vetrina, l’uomo senza vita camminava, quando un flebile e lontano suono insinuò un brivido nel suo torpore. Ding! L'uomo senza vita sentì un peso ammassarsi sul cuore. Ding! Non riusciva a capire cosa fosse ma sapeva che era lì. Ding! Era come non riuscire a trovare qualcosa che si ha sotto il naso. Ding! Il suono più forte lo aveva ormai completamente svegliato. Ding! Poi comprese.
L'uomo si fermò davanti ad un'agenzia di viaggi, e tra una verde isola tropicale e la gialla notte di una capitale fissava la sua immagine riflessa. Solo che non era proprio la sua immagine. Quello dall'altra parte innanzitutto sorrideva, mentre il se stesso da questa parte aveva la bocca spalancata di stupore. Inoltre il riflesso sembrava più, come dire, “piacevole”: capelli a tinta unica, pelle abbronzata, abbigliamento di classe, e ostentava una sicurezza che l’uomo non aveva avuto nemmeno il giorno che era nato. Mistero. Ricadde in un nuovo torpore, concentrato e sconcertato. Era una cosa prodigiosa. Forse una trovata pubblicitaria del negozio? Poco probabile. Forse questa volta l’uomo senza vita si era perso per troppo tempo e aveva la allucinazioni? Disidratazione? Colpo di sole? Eppure si sentiva bene, per quanto questo aggettivo si addicesse alla sua mancanza di vita. E allora? Riuscì faticosamente a staccare gli occhi dalla vetrina e si guardò lentamente attorno, indeciso se fermare qualche passante e renderlo partecipe del suo mistero. Ma cosa avrebbe potuto dire? “Mi scusi, mi farebbe la cortesia di guardare un momento il mio riflesso nella vetrina? Sembra anche a lei che non mi assomigli per niente e mi sorrida?”. Figuriamoci, l’avrebbero guardato come si guardano i pazzi e i poveretti. Inoltre quelli non lo guardavano per niente, passavano annegati nei loro milioni di pensieri interessanti e frenetici, ma a questo l’uomo senza vita era ormai abituato da tempo.
Abbandonata la prima idea ritornava a concentrarsi sul suo riflesso quando un nuovo particolare lo colpì violentemente. Vacillò sulle gambe malferme quasi che fosse stato colpito da un vaso caduto da uno di quegli attici inarrivabili per altezza e tasca. Accanto all’agenzia di viaggi c’era un negozio di strumenti musicali dal quale usciva una musica strana che non conosceva. Nelle vetrine centinaia di chitarre multicolore, lucide e fiere, bassi imponenti e persino un pianoforte a mezza coda, e in mezzo a tutto ciò ancora lui. Solo che non era proprio lui, e non era nemmeno quello dell’agenzia di viaggi. All’uomo senza vita adesso girava la testa in un vortice di incredulità e incomprensione. L’uomo in mezzo alle chitarre aveva più o meno la sua stessa brutta cera, forse un po’ peggiore, e davvero sembrava che fosse stato frullato, se non altro perché portava pantaloni strappati nelle ginocchia, e una maglietta sgualcita con la parola “Tivoli” scritta con un pennarello nero sul petto. I capelli erano lunghi fino alle spalle, sporchi e spettinati. In generale dava l’impressione di vivere in un mondo dove farsi la doccia non era più un’abitudine. Questo riflesso non sorrideva, anzi, pareva accigliato se non addirittura triste, ma aveva una luce negli occhi che l’uomo senza vita non aveva mai visto nelle sue annoiate ispezioni mattutine davanti allo specchio.
A questo punto l’uomo senza vita fu assalito dalla fortissima sensazione di essere piombato dentro un sogno, assurdo e per certi versi divertente ma un sogno. Arrivò persino a pensare di essersi addormentato nel suo vagabondare e di non essersene reso conto. Ma la verità è che non sapeva proprio più cosa pensare. La gente attorno a lui sembrava non accorgersi di niente, eppure era così evidente! Passava da una vetrina all’altra, da un se stesso all’altro, saltellando ora su una gamba ora sull’altra in una danza ridicola, e accompagnando ogni movimento con le domande che adesso fluivano in cascata nella sua mente impazzita. “Chi sono questi me?” “Cosa vogliono da me?” “Perché se ne stanno lì e non dicono niente?”. Queste erano le domande. Quando arrivò a “Quanti me esistono?” un’altra idea gli balenò davanti agli occhi come una fucilata. Interruppe la sua danza e iniziò a correre freneticamente verso nuove vetrine e nuovi riflessi di quel sabato pomeriggio nuvoloso di maggio, incurante della gente che urtava e che lo malediceva. Aveva un urlo soffocato in gola, un urlo muto che voleva dire tutto ma che non aveva il coraggio di dire niente.
Nel momento stesso in cui si piazzava davanti ad una vetrina appariva un nuovo se stesso uguale ma diverso, un riflesso uguale e contrario allo stesso tempo, un uomo che era sì lui, ma pieno di vita!
L’uomo senza vita si fermò. Immobile dove si trovava. La gente adesso lo guardava davvero, e continuava ugualmente ad evitarlo. Dalla sua posizione non vedeva nessun riflesso, nessun se stesso, ma non ne aveva bisogno. Aveva capito. Alzò le braccia in una grande V e liberò l’urlo muto per dire agli angeli che aveva capito. E pianse.


mercoledì, luglio 22, 2009

Il furgone e il bradipo


In quel giorno di quella che sarebbe stata definita “l’estate dell' amore" faceva proprio caldo. Il sole appeso allo zenit del cielo non accennava ancora a calare, la striscia di asfalto dritta, sparata perpendicolare all'orizzonte, al momento in discesa ma presto in risalita, ballava e si scomponeva filtrata da fiamme invisibili e vapore che non era più acqueo da un pezzo.
Che caldo faceva! Un caldo così non se lo ricordava proprio. A dire la verità non lo aveva mai vissuto un caldo così: i bollettini e gli almanacchi dicevano che l'ultima estate veramente torrida era stata quella del '50, l'anno in cui era nato suo nonno, il mitico "Barndoor". Non che ascoltasse bollettini vecchi di quasi due decenni o leggesse polverosi almanacchi, no. Lo sapeva dai racconti che suo padre gli faceva dei racconti di suo nonno, allora funzionava così.
Erano passati quindi diciotto anni da quell'ultimo assaggio d'inferno, e nonostante i racconti della sera mettessero in moto (è proprio il caso di dirlo) la sua immaginazione adesso che ci si trovava in mezzo non ne condivideva l'aura di avventura che avevano nella sua testata, e anzi scrutava l'orizzonte impaziente alla ricerca della prima area di sosta con un po' di ombra.
Procedeva su quel nastro bollente già da molte ore a velocità sostenuta un po' per la fretta di arrivare (If you're going to San Francisco cantava la radio), un po' perché l'aria che muoveva al suo passaggio era l'unico conforto per le gomme quasi sciolte e per il suo cuore sbuffante vapore e olio bollente quasi fosse una locomotiva.
Non aveva incontrato nessuno dal mattino, eccezion fatta per un militare in congedo alla stazione di servizio, un giovane nero di nome Jimi dallo sguardo allucinato che lo aveva fissato per diversi minuti senza battere ciglio prima di tornare a strimpellare il piccolo strumento che portava nello zaino; e, verso mezzogiorno, per un vecchio pick-up Ford che non si era nemmeno degnato di rispondere al suo colpetto di saluto e addirittura aveva biascicato qualcosa a proposito degli stranieri quando aveva leggermente scodato per mostrare il suo vero ed unico orgoglio, il motivo che lo aveva spinto a scappare di casa e ad intraprendere quel lungo viaggio, solo e lontano dalle strade che aveva percorso per tutta la sua breve vita, dai suoi simili e dal suo amato proprietario. Ricordava ancora con affetto il momento in cui un anno prima lo aveva portato a casa: all'epoca era giallo come un gigantesco canarino e lucido, ma bastarono poche sapienti pennellate per trasformarlo in un'esplosione di colori e motivi diversi. Il suo originario colore infatti era ormai delegato al ruolo di sfondo per tutta una serie di disegni floreali e simboli che si espandevano come un'edera in ogni angolo della sua carrozzeria. Fiori viola attorno ai fanali, margherite nei cerchioni, vortici e spirali ai finestrini, un enorme LOVE scritto con i fiori sul portellone laterale e un PEACE arcobaleno sul lato posteriore.
Ma era sul lato sinistro, quello opposto al portellone scorrevole che invitava ad amare, che si trovava il capolavoro: una notte stellata che invadeva il tettuccio altrimenti bianco, un palco fatto di assi di legno, scarno, chiazzato di birra e coperto di amplificatori impilati; più indietro, dove avrebbero dovuto esserci due finestrini, su una parte leggermente rialzata una batteria essenziale, di quelle senza tanti fronzoli, da jazz.
E al centro della scena eccolo, un grosso BRADIPO, con una fascia sulla fronte, vestito con un paio di pantaloni rossi a zampa e una camicia a righe arancioni e gialle, svolazzante di merletti, inginocchiato davanti ad una chitarra elettrica in fiamme, ipnotizzato dalla danza del fuoco, mani ad evocare gli spiriti della musica, narici tese ad annusare il suono del futuro, occhi fissi a guardare ciò che non è ancora nato.
Perché un bradipo? Non saprei, chiedete a Jimi.


Si può cambiare il cuore delle persone? /2

Non lo so. Ma in questi tre anni il mio è cambiato davvero. Vive con un cuore dolce come il pianeta da cui proviene e un piccolo cuore grande come l'universo stesso. Esplode come un fuoco d'artificio all'alba, e ama. Davvero. Bentornato cuore.